Il 6 aprile, una settimana esatta dopo la mia dimissione dall’ospedale, è ricominciato LOST. Per chi non lo sapesse, la serie televisiva che ha sconvolto il mondo e che da circa cinque anni, racconta l’esperienza del sopravvivere alla morte per riaffrontare la vita.
LOST ci acompagna, ormai da qualche anno, tra alti e bassi di produzione, con la sua costante verità: per vivere, dobbiamo prima morire.
Ma anche per sopra-vivere lo dobbiamo fare, come ci dice il buon Simone Regazzoni nel suo libro La filososfia di Lost, in comunione con la certezza che in realtà siamo già morti.
Ora l’isola deserta ti affascina e spaventa, al contempo, perchè non è solo perdita e morte, ma porta in sé il segreto di una ri-creazione, di una nuova nascita attraverso la morte di cui la catastrofe del volo 815 è il sigillo. L’isola di Lost è pronta a far rinascere il mondo [...] La questione della ri-nascita è essenzialmente legata all’isola. Misurarsi con l’Isola significa confrontarsi con l’enigma di questa «seconda nascita» o di questa «nuova vita» indissolubilmente intrecciata alla catastrofe della morte che incombe sul mondo.
L’isola è il luogo per eccellenza della sopra-vivenza.
Ma, come ricorda Locke a Jack, «sopravvivere è solo un concetto relativo».
Il uogo della sopravvivenza non è altro che il luogo della vita. Luogo per eccellenza di un ‘esperienza già fatta.
Perchè ogni vivente, fin dalla nascita, è già abitato dalla possibilità incancellabile della morte. E dunque vivere significa già da sempre sopra-vivere, ri-nascere a questa morte che , prima ancora di essere effettiva, sarà già stata qui.
Questo libro tratta un argomento, che più volte ho discusso con il mio amico Daniele, un assioma che accompagna ogni nostra scelta da quando nasciamo: per vivere dobbiamo morire.
Ma, fino al dodici gennaio duemilanove, era solo la metafora di una realtà irreale: non si muore davvero per amore, quando perdi il lavoro o lo scudetto al campionato. Ma è vero che, quando credi davvero in una cosa, non averla più ti lascia un po’ morto dentro.
E’ questo, metaforicamente, il senso della rinascita, per l’uomo, nel corso della sua esistenza.
Ma ad alcuni capita, empiricamente, di tornare a vivere dopo esser morti fisicamente.
Solo oggi mi sono reso conto di esser morto [13 gennaio] e rinato [5 febbraio]. Pur avendone parlato già tanto e dopo averci scherzato sopra, solo oggi, forse per merito della lettura sopra menzionata, mi sono reso conto di essere un sopra-vissuto.
Nel senzo che sto vivendo sopra la vita stessa.
Oggi che sono qui a scrivere queste parole, capisco che un giorno (quel tredici gennaio) si era spento tutto ma io non lo sapevo. Ricordo che ero lì, in salone, che stavo organizzando la mia vita e poi, mi hanno raccontato, stavo male e mi hanno portato all’ospedale, dove sono stato reattivo per circa trentasei ore prima di entrare, urgentemente, in sala operatoria.
Ma io non lo ricordo. Non lo so. Non ho cicatrici nella mia anima.
Quindi stavo finendo di vivere mentre in realtà la mia coscienza era già morta. O forse si stava preparando a cambiare pelle per il viaggio successivo.
Fisicamente è merito della chirurgia e della medicina più moderna se oggi sono qui. Metafisicamente, non era ancora ancora il momento di smettere di fare esperienza. Spiritualmente, l’amore e il dolore e la preghiera hanno aiutato la mia anima a tornare nella sua pelle originale.
Quello che ho capito da tutto questo è un concetto così semplice che sconcerta: si sopravivve alla morte finchè non si muore. E si deve morire per vivere, poi si deve ri-vivere insieme. Perchè si vive insieme, ma si muore soli.
Io, nel vivere l’esperienza della morte (non è bellissimo questo assurdo realativo nell’uso del linguaggio?) non ricordo l’ansia di tutti quelli intorno a me e non sono sicuro che sarebbe stato diverso in altro modo.
In quel momento non ero più, ero solo. Ero lontano. Ero oltre.
Ma non lo sapevo.
Non me ne ero accorto.
Non lo so neanche ora, mi tocca ragionarci sopra.
Intuire, immaginare e cercare di ricondurre alla pelle. Ma a parte la cicatrice sul petto, non ci sono altre impronte del mio percorso a ritroso.
Quel che ho perduto sono ventitre giorni.
E la mia rinascita non mi fa sentire un naufrago, ma un sopravissuto.
Nel senso che, come dicevo prima, mi sento di essere uno che vive sopra la vita.
Prima, forse, la stavo sfiorando, ma di lato.
Vivere l’esperienza della morte (e del suo trapasso, quindi il trapasso inteso nel significato opposto a quello che generalmente gli diamo) è un’esperienza esaltante. Esaltante anche per chi ti è stato accanto: percepire la morte, a pelle, e vederla allontanarsi dalla comunità. Scacciata poi da chissà cosa. Di certo poco dalle preghiere.
E’ bella l’immagine del sopravvisuto ma non naufrago. Io, però, penso che tu sia entrambe le cose. Non potrebbe essere altrimenti. Dalla vecchia nave ti sei evidentemente catapultato. Hai dovuto vivere un periodo in mare aperto, per poi risalire su una nuova nave.
Dovrebbe essere come era una volta il servizio militare o come succede in alcune nazioni dove se fai un certo tipo di infrazioni alla guida ti mettono su un simulatore di auto e ti fanno vivere l’esperienza di incidenti gravi.
Dovrebbe essere d’obbligo, per tutti, far provare la fine della vita. Non ci sarebbe modo migliore per spolverarci delle vuote infelicità e dalle insane insoddisfazioni. Forse il mondo sarebbe più malinconico, ma più profondo e leale.
Intanto, rimaniamo in ascolto delle comunicazioni radio che sei riuscito a cogliere nel tuo viaggio. Proprio come in lost, terza o quarta stagione, quando i sopravvissuti accendono una radio e sulle loro frequenze riescono ad ascoltare trasmissioni di decine di anni prima.
Tu chissà su quali frequenze ti eri collegato.